Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa                                                                         di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.

Koudelca: io, testimone della storia

This entry was posted on Giu 20 2008

Ph. Giorgio Tricarico

Josef Koudelka

Il fotografo cecoslovacco espone per la prima volta tutte le immagini dell’invasione russa scattate a Praga nel 1968.

Se è stato il primo testimone della Storia che bussava alla porta di Praga lo deve a una ragazza: sì, è stata un’amica, Marie Lakatosova, a svegliarlo alle quattro del mattino e a urlargli fino a perdere la voce: «I russi sono arrivati, i russi sono arrivati». Comincia così, con una telefonata terrorizzata, il racconto straordinario e terribile di Josef Koudelka, classe 1938, cecoslovacco, professione fotografo. Oggi è uno dei più celebrati reporter del mondo, autore Magnum, di bellissimi reportage e di mostre che ci rivelano un animo perennemente zingaro e un occhio divoratore di immagini. E proprio giovedì sera, a quarant’anni da quei giorni, al Centro internazionale di fotografia Forma, Koudelka (leggi l’intervista) inaugura una mostra che è il racconto drammatico ed emozionante di quell’invasione e di quella speranza di socialismo dal volto umano repressa nel sangue. Tutto comincia, dunque, con quella telefonata all’alba del 21 agosto 1968, Koudelka scende in strada.

La prima foto che scatta ha qualcosa di surreale: una macchina d’epoca con un gruppo di giovani a bordo. Una ragazza fa sventolare la bandiera ceca. Suonano il clacson all’impazzata, devono svegliare la città. Questa immagine, che apre la mostra (e il bellissimo libro edito da Contrasto, in uscita in altri sette Paesi) è una delle migliaia di immagini realizzate in quei giorni e diventate icone di una resistenza condivisa da tutto il mondo, metafora indelebile della lotta per l’indipendenza e la libertà. Immagini per la prima volta visibili nella loro identità di racconto, trama di una narrazione convulsa e fedele e per questo ancora più importante perché mette in luce il coraggio di un uomo e la forza della fotografia come testimonianza e documentazione dei sentieri della storia.

La primavera di Koudelka comincia proprio in quell’alba densa di paura. Lui, trentenne, che faceva prevalentemente il fotografo di scena si è trovato di fronte agli eventi con l’impegno etico del testimone investito dal destino ma soprattutto come giovane cecoslovacco che difendeva la propria terra, la sua stessa esistenza. Ricordando alcuni mesi fa in un incontro con Mario Calabresi quelle ore di stupore e sgomento, Koudelka rivive la cronaca dei fatti. Quasi appunti di un film della memoria che ritroviamo nelle sue fotografie in bianco e nero: «I soldati russi erano confusi e disorientati, non sapevano dove fossero, sorpresi che non li volessimo. Erano giovani come me e ho pensato che vivevamo sotto lo stesso sistema e un giorno poteva toccarmi la stessa sorte: trovarmi su un blindato da qualche parte a Varsavia o Budapest».

Ed ecco le tracce di quella memoria: le prime foto sfocate e mosse, è il concitamento di quelle ore, gli sguardi attoniti dei praghesi, i volti tesi dei soldati, il pianto di una donna al passare dei dimostranti, i cannoni dei tank, le svastiche sui carri armati, le minacce dei mitra puntati, le baionette, qualcuno che tenta di parlare, convincere gli invasori, altri che si oppongono mostrando il petto, piazza San Venceslao violentata dai carri armati del Patto di Varsavia, gli scontri, il fuoco, i morti. E bandiere, bandiere, tante bandiere.

Quello foto, duecento rullini, uscirono clandestinamente. «I negativi arrivarono in America nella valigia di un medico che era venuto a Praga per un congresso», raccontò un giorno. Fecero subito il giro del mondo. È nato così, con il cuore e la testa, uno dei più grandi reportage della storia della fotografia. Le sue foto gli sono costate vent’anni di esilio. Ma la lontananza non gli ha mai fatto dimenticare la voce dell’ amica con cui ogni tanto ancora si sente: «Sì, se sono stato il primo ad arrivare lo devo a lei».

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