Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa                                                                         di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.

Sguardi d’Autore

This entry was posted on Nov 09 2008

Il Corigliano fotografia è un festival accreditato. Il centro jonico raccontato dai maestri dello scatto

Ph. Francesco Cito

Ph. Francesco Cito

Lo sguardo in camera è sfrontato, sicuro. Mentre Francesco Cito, il fotografo, sta per scattare grida al compagno, in cima al faro, nel più stretto e gutturale coriglianese «jettet, jettet nun t’ spagnar, ca mo t’ fa na bella foto». Facce da Gomorra nel porto di Corigliano. Ritratti di vita quotidiana, bulletti di quartiere, a Schiavonea, periferia di una città di periferia, in una regione che è periferia d’Italia. Scatti forti, un bianco e nero che non dà scampo. Del resto, per sua stessa affermazione, questa è una delle caratteristiche di Francesco Cito, napoletano, fotografo di fama internazionale, di casa ormai nella città ausonica. La durezza: «Una volta feci una mostra a Sassari e un mio amico mi disse: ma hai fotografato la Sardegna come se fosse la Palestina; un altro rispose, Cito fotografa tutto come se fosse la Palestina». Anche Corigliano, che di Palestina ha il deserto dell’anima di certi suoi quartieri e una generale mancanza di futuro, prospettive. Cito è stato uno dei tanti fotografi che nel corso di sei anni ha animato il Corigliano calabro fotografia, festival di “scatti”, ospitato da sempre nel castello ducale, fortemente voluto dal suo ideatore e promotore nonché direttore artistico Gaetano Gianzi. Medico di professione ma con un click nella testa e uno che batte forte nel cuore. Festival giunto alla sesta edizione acquisendo di anno in anno maggiore sicurezza e credito nazionale. Del resto numerose riviste specializzate di settore lo annoverano tra i più qualificati in Italia. E poi Gianzi ha un progetto ambizioso: fare di Corigliano una cittadella fotografia nel cuore del Mediterraneo. Le condizioni già esistono, nonostante l’atavica difficoltà di una regione incapace di mettere in rete, di creare sinergia tra i suoi eventi più importanti. Manca una programmazione, come lamentato anche da Gianzi, un cartellone unico che eviti sovrapposizioni e dia il giusto spazio e risalto, anche in termini pubblicitari agli eventi culturali, ma non solo, calabresi. Senza parlare poi del problema dei fondi. La crisi del “settimo anno”, bisogna affrontarla con determinazione, sostiene Gianzi, ma senza l’appoggio delle istituzioni non si va da nessuna parte. Serve un aiuto concreto. Soldi e impegno. Pubblicità e promozione. Organizzazione. Cose che in Calabria si fa fatica, decisamente fatica, ad avere. Il Corigliano calabro fotografia, che ieri ha chiuso i battenti per tornare, incrociando le dita, il prossimo anno, a fine luglio, ha un aspetto che lo contraddistingue dagli altri ed è il suo legame ombelicale con il territorio e la comunità che lo abita. Un rapporto profondo e complesso, con il quale la comunità rinnova il proprio sguardo su una realtà altrimenti abitudinaria. Il Corigliano Fotografia, infatti, affida ogni anno, ad un diverso autore il compito di rappresentare il territorio, che è sempre, non senza un campanilistico vezzo, Corigliano. Una rilettura della città con gli occhi dei grandi della fotografia. Nel 2003 è stato Gianni Berengo Gardin, ad aprire la via e il cui reportage venne pubblicato da Contrasto nel 2004 con il titolo di “Viaggio a Corigliano”, sono seguiti i segni della stratificazione architettonica di Gabriele Basilico, la ricerca sull’area portuale di Francesco Radino, i ritratti di Enrico Bossan, e il taccuino di vita quotidiana di Francesco Cito che è andato alla riscoperta del porto e del mare di Schiavonea, fino all’edizione di quest’anno, dedicata a “Fotografi e Fotografia del Sud”, che ha proposto “Oleum” un lavoro di Mario Cresci ispirato all’ulivo, da sempre albero icona della meridionalità. «Una sera a Corigliano, – ha detto Cresci – prima di ripartire per il Nord, ho pensato che oltre agli amici forse dovevo ringraziare anche le piante d’olivo che avevo fotografato come fossero persone». E’ un viaggio quello del festival. Un viaggio strano, a due facce, nell’interpretazione dell’assessore alla cultura della cittadina, Enzo Viteritti. Da una parte, infatti è Corigliano ad essere meta di fotografi e dei giovani che intervengono alla manifestazione, grazie agli incontri e ai workshop organizzati nella settimana del festival, sono loro i curiosi scopritori del territorio e delle sue mutazioni che, spesso, sfuggono agli occhi dei residenti ormai assuefatti al quotidiano. L’altra faccia del viaggio è quella che vivono i “locali” quando i grandi maestri presentano le mostre a Corigliano che sono, come sottolineato anche da Antonella Pierno, docente di fotografia all’Accademia di Belle arti Brera di Milano, “dialoghi sul mondo intero”. Fotografare, fare diventare i sentimenti immagini. Una esperienza da salvaguardare quella del Corigliano calabro fotografia, che merita di continuare e di essere trasmessa a quanti resistono al torpore mediatico e intellettuale cui i nostri tempi ci hanno abituato. Magari, proprio con quello sguardo sfrontato di chi si tuffa nell’ignoto.
di MITA BORGOGNO

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